Autoguarigione: comunicarsi di Sé


“Consigliere ammirabile sarà il suo nome”
(Is 9,5)

Mi fermo. Sosto in me. Lascio ciò che vedo fuori, ciò che i sensi limitanti possono cogliere. Ed entro. Se la mente non mi ostacola portandomi via da me.
La mente separata, l’ego e i suoi legami illusori attraverso i quali mantiene in vita solo sé stessa e i suoi fantasmi.

Il mondo intero, tutto ciò a cui sono collegata non vuole che io entri, che mi fermi dal vorticare impazzito di questa vita. Perché fermarsi è già un mutamento di direzione che obbliga, se non altro, a una riflessione.

L’ostacolo non è fuori di noi, ma siamo noi stessi con le nostre proiezioni, i fallimenti, le distorsioni e perversioni, falle di paure e angosce. Non serve a nulla additare altri o altro per alleggerire il dolore di noi stessi: tutto ritorna amplificato finché non si comprende che è necessario fermarsi e rivolgersi al Cuore. Solo questa comprensione può mutare il corso degli eventi.

La malattia è una prova verso sé stessi. Rappresenta la distanza da noi stessi. Ciò che appare, ciò che viviamo su ogni piano di esistenza consolidato, manifestato nel quotidiano che per lo più ciroscriviamo alla superficie, soffocando noi stessi.

Ma oltre ciò che appare esiste un immenso mare di possibilità rinnovatrici, che trasmutano nel saperle accogliere. Nel saper accogliere prima di tutto la nostra miseria.

Nella vita tutto è giustizia: basta solo voltarsi dalle solite visioni distorte.

 

CONVERSIONE E AUTOGUARIGIONE

“Non amiamo a parole né con la lingua,
ma coi fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo nella verità
e davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore
qualunque cosa esso ci rimproveri”
(1G 3,18-20)

Ri – volgersi: volgersi nuovamente al centro, al Cuore. Ritornare all’Origine.

Incontrare sé stessi, non è facile.

Perdonare sé stessi, lo è ancora meno.
Ma nel rivolgimento tutto ciò è inevitabile.

Il perdonare l’altro è accogliere il noi che non riconosciamo, il male che noi stessi produciamo, procuriamo in stato di separazione da noi stessi.

E allora mi nutro del mio sentire, anche se doloroso, vissuto fino alla sua e mia fine. Mi comunico del mio sentire; anche nel corpo sofferente, nell’anima in angoscia; mi dono di me,  nutro stravolgendo le forme e ricarico sempre più leggera perché qualcosa, lo so, si sta liberando: così mi permetto di possedere la soavità della vita.

Supero il giudizio, su di me, riguardo l’altro che non è più fuori ma e dentro me: svelo ciò che m’illudo appartenga all’altro, superando almeno un po’, il conflitto.

E ascolto.

E il Silenzio, sempre più acceso, mi istruisce e mi redarguisce; mi fa percepire il corpo come informazione di me stessa, la mia anima come viandante del cosmo. E talvolta mi sento più leggera..

Oppure pesante di resistenze: è il momento di crescere in fortezza. E’ l’esperienza della volontà di sé, del disporsi per la vita che è unione, liberando la contrapposizione.

E così ciò che senti, il corpo, le emozioni e i pensieri, è calmo, pacificato: nulla travolge, niente esagera in te. Nulla di te, dell’altro è contro di te; nulla contro l’altro. Tu sei guarigione di te.

E si scopre la vita. Si svela la vita in noi, attraverso di noi. In pace. Siamo senso svelato. Incarnato.
La vita guarita nel suo fiorire. L’anima disimpara schemi; il corpo miscela nuove sostanze…

Anima e corpo in nuovo esistere: energia, vitalità, creazione d’amore.

Nat. Paola Cantù

estratto da “Silenzio in comunicazione: dal digiuno dell’Io alla Comunione di Sé

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